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Avvocato Alessandro Segalini


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L'apertura di credito

Articoli > Diritto Civile > Diritto Bancario

L'apertura di credito bancaria (cd. fido)

1. Nozione e caratteristiche.

L'apertura di credito costituisce contatto tipico, in quanto disciplinato in modo organico dalle norme codice civile (artt. 1842 - 1844 c.c.), da integrarsi con l'art. 126 del T.U. bancario (inserita tra le norme sulla trasparenza delle operazioni bancarie, la quale prescrive quale deve essere il contenuto essenziale, a pena di nullità, dell'apertura di credito non connessa all'utilizzo di carte di credito) nonché con le Norme Uniformi Bancarie (1).
Trattasi del contratto mediante il quale
la banca (accreditante) si impegna a tenere una somma di denaro per un dato periodo di tempo o a tempo indeterminato a disposizione del cliente (accreditato o affidato), il quale sarà tenuto alla restituzione delle somme utilizzate solo alla cessazione del rapporto e - a fronte di tale impegno della banca - a riconoscerle un corrispettivo sottoforma di commissione.
A contraddistinguere questa particolare operazione bancaria, pertanto, è il riconoscimento a favore del cliente di un affidamento che, in gergo bancario, viene detto anche castelletto o, con termine più noto, fido.

In passato, talvolta si è configurata, anche in giurisprudenza, la possibilità del perfezionamento di un'apertura di credito per fatti concludenti, ovvero in seguito alla ripetizione, in maniera costante, di una condotta del cliente titolare di un conto corrente di corrispondenza volta ad operare allo scoperto sul proprio conto (ad esempio, emettendo assegni oltre la copertura, che la banca avesse ugualmente pagato).
Tali casi, tuttavia (si possono citare: Cass. 9 marzo 1995 n. 2572, in
Corr. Giur. 1995, 558 e Cass. 11 marzo 1992 n. 2915, in Banca, Borsa, titoli di credito, 1993, II, 24), risalgono ad epoca precedente l'entrata in vigore della legge sulla trasparenza bancaria. Ad oggi, inoltre, la possibilità di configurare un'apertura di credito per fatti concludenti dovrebbe risultare pacificamente esclusa in base all'art. 117 del T.U. bancario, che prevede la forma scritta per tutti i contratti bancari a pena di nullità (per quanto si tratti di nullità relativa).
La Suprema Corte, con la sentenza 9 luglio 2005 n. 14470, ha precisato come l'apertura di credito possa ritenersi valida se inserita in un contratto di conto orrente scritto nel quale sia compiutamente disciplinato il fido e sia indicato l'ammontare dell'affidamento concordato.


L'utilizzazione, da parte del cliente, della disponibilità finanziaria costituita dalla banca è soltanto eventuale e senza obbligo alcuno (stabilisce infatti l'art. 1843, comma 1 c.c. che "l'accreditato
può utilizzare" il credito).
Il contratto si perfeziona attraverso la concessione della disponibilità del denaro, non essendo necessaria la consegna del denaro (che, come osservato, può anche mancare).
Tale concessione permette all'accreditato di contare sull'utilizzabilità, in caso di bisogno, di risorse finanziarie liquide. La funzione del contratto, pertanto, si realizza attraverso la
messa a disposizione del denaro senza bisogno di consegna, configurando un contratto consensuale, perfezionandosi mediante l'accordo delle parti (2) (a differenza del mutuo che, perfezionandosi con la consegna, è invece un contratto reale).

In capo al cliente, sorge l'obbligazione di corrispondere un corrispettivo a fronte della messa a disposizione dei fondi a favore del correntista, indipendentemente dall'effettivo prelevamento della somma. Tale corrispettivo (cd. provvigione o commissione) si determina, di regola, in misura percentuale in base all'importo massimo effettivamente utilizzato dal cliente nel periodo considerato, che solitamente è un trimestre (cd. commissione di massimo scoperto, che un orientamento giurisprudenziale ritiene nulla laddove essa vada ad aggiungersi all'interesse passivo addebitato al cliente sull'esposizione debitoria, ravvisandone la mancanza di causa).

Note al presente paragrafo:

(1) Trattasi delle cd. N.U.B., ovvero di un complesso di condizioni contrattuali predisposte in maniera uniforme dall'ABI - Associazione Bancaria Italiana, le quali hanno lo scopo di integrare, modificare o sostituire la disciplina dispositiva dei singoli contratti bancari risultante dalla legge, allo scopo di predeterminare e rendere uniforme la discilina delle operazioni compiute dalle banche con la propria clientela). L'ABI è priva di qualunque potere di normazione e supremazia; la vincolatività dell'inserimento delle NUB nei contratti posti in essere dalle banche, pertanto, deriva unicamente dal vincolo associativo. L'opinione prevalente le considera condizioni generali di contratto, da assoggettarsi alle condizioni di cui all'art. 1341 c.c.).

(2) Si veda Cass. 15 maggio 1991 n. 5448, in
Il Fall., 1991, 1237.


2. L'apertura di credito garantita.

L'art. 1844 del codice civile disciplina i casi in cui la banca abbia ottenuto una garanzia reale o personale a fronte della concessione del credito.
Regola generale è quella della permanenza della garanzia fino alla fine del rapporto.
Infatti, l'art. 1844 c.c. stabilisce che se per l'apertura di credito è data una garanzia reale o personale, questa non si estingue prima della fine del rapporto per il solo fatto che l'accreditato cessi di essere debitore della banca.
La ratio della norma è facilmente comprensibile laddove si pensi che l'accreditato, prima della fine del rapporto, può sempre utilizzare (nell'apertura di credito semplice, fino ad esaurimento) o riutilizzare (nell'apertura di credito in conto corrente) la provvista.
Quanto sopra esposto non esclude, peraltro, che il fideiussore possa avvalersi del diritto di recedere dal rapporto di garanzia: in questo caso il recesso produce l'effetto di cristallizzare il limite massimo di responsabilità del fideiussore, costituito dal saldo debitore del conto garantito al momento in cui la banca riceve la comunicazione di recesso del fideiussore, fermo restando però che i successivi versamenti che riducano temporaneamente il debito del cliente non sono idonei a ridurre la responsabilità del garante fino al momento della chiusura del rapporto (1). Sarà solo in quel momento che, se il saldo passivo del conto sarà inferiore a quello esistente alla data del recesso del fideiussore, questi risponderà nei limiti del minor importo, conformemente al generale principio di accessorietà della garanzia fideiussoria per cui quest'ultima non può eccedere quanto dovuto dal debitore principale (art. 1941, comma 1, c.c.).
Viceversa, il fideiussore non risponderà degli addebiti successivi alla data del suo recesso, a meno che l'addebito non si riferisca ad un'operazione che, pure annotata successivamente al recesso, sia stata compiuta precedentemente (ad esempio: assegni con data di emissione anteriore al recesso, pervenuti alla banca per l'addebito in conto solo successivamente).
Tuttavia, è doveroso ricordare che le N.U.B. solitamente inserite nei contratti di fideiussione, estendono anche in caso di recesso del fideiussore la garanzia ai maggiori debiti rispetto al saldo esistente al momento della revoca della garanzia ed a quanto la banca abbia dovuto restituire a seguito del vittorioso esperimento di azioni di annullamento o inefficacia o, in caso di fallimento del cliente accreditato, a seguito del vittorioso esperimento di azioni revocatorie da parte del curatore (si vedano, rispettivamente, gli artt. 4 e 2).



Note al presente paragrafo:

(1) Orientamento giurisprudenziale costante. Si vedano Cass. 2 luglio 1998 n. 6473 in Banca, Borsa, tit. cred., 1999, II, 657; Cass. 30 luglio 1998 n. 7512, ivi, 1999, II, 657; Cass. 15 marzo 1999 n. 2284, in Giust. civ. Mass., 1999, 565.



3. La fine del rapporto.

Sono da considerarsi applicabili, anzitutto, le cause di risoluzione previste dalla legge per i contratti in generale.
Analogamente, dovranno ritenersi applicabili quelle derivanti dalla natura del contratto
intuitu personae dell'apertura di credito (morte e sopravvenuta incapacità dell'accreditato, le cui qualità sono determinanti del consenso della banca).
L'art. 1845 c.c., inoltre, prevede due tipiche cause di estinzione del rapporto.
La prima è la
scadenza del termine. Tipica dei contratti di apertura di credito a tempo determinato, determina lo scioglimento di diritto del rapporto, la conseguente impossibilità per l'accreditato di continuare ad utilizzare il denaro che la banca gli aveva messo a disposizione e l'obbligo, in capo allo stesso, di restituire immediatamente le somme utilizzate a causa della trasformazione dell'obbligazione dell'accreditato da debito a termine in debito liquido ed esigibile.
La seconda è il
recesso.
-
recesso per giusta causa: prima della scadenza del termine (nei contratti a tempo determinato) una parte può recedere in forza di una dihiarazione unilaterale di volontà, diretta a produrre l'estinzione del rapporto giuridico quale atto recettizio (quindi, al momento della ricezione della relativa comunicazione). Tale recesso è possibile soltanto in presenza di una giusta causa, ovvero di circostanze specificamente indicate come tali nel contratto oppure di eventi (oggettivi o imputabili a una parte) che non consentano una prosecuzione neppure temporanea del rapporto (quali fatti attinenti alla persona o al patrimonio dell'accreditato).
-
recesso con preavviso: con riferimento all'apertura di credito a tempo indeterminato, l'art. 1845, comma 3 c.c., dispone che "ciascuna delle parti può recedere dal contratto mediante preavviso nel termine stabilito dal contratto, dagli usi o in mancanza in quello di quindici giorni". Il recesso "sospende immediatamente l'utilizzazione del credito" (1845 comma 2 c.c.), salvo il termine per il rientro.
Peraltro, va precisato che, in caso di scoperto di conto, nell'ipotesi in cui il saldo debitore abbia ecceduto l'importo di cui al fido, non si pone un problema di scioglimento del rapporto; tale situazione, infatti, deriva da una mera tolleranza da parte della banca, con la conseguenza che la banca potrà pretendere sempre e comunque l'immediato rientro di tale eccedenza. L'opinione è pacifica, anche con riferimento alla revocatoria fallimentare delle rimesse bancarie: si veda tra le tante Cass. 25 gennaio 1997, in
Fall., 1997, n. 778, 980.
Qualora l'accreditato sia rimasto nei limiti dell'affidamento, l'obbligo di restituire le somme utilizzate sorge soltanto a seguito di una comunicazione di recesso, la cui efficacia è determinata dalla scadenza di un termine di preavviso, la cui durata - come già osservato - o è stabilita dalle parti, o deriva dagli usi, oppure, in via residuale, deve essere di 15 giorni.
Il preavviso ha la funzione di consentire al contratto di produrre i suoi effetti fino allo scadere del termine, con conseguente possibilità per l'accreditato di continuare ad utilizzare il credito fino alla scadenza.
In presenza di una
giusta causa, peraltro, l'obbligo del preavviso deve ritenersi escluso. In tali casi, in cui anche una sia pur breve prosecuzione del rapporto potrebbe rendere più difficile la restituzione delle somme utilizzate dal cliente, potrà applicarsi in via analogica il disposto del 1° comma dell'art. 1845 c.c., con la conseguenza che la banca potrà recedere con effetto immediato, con immediata insorgenza dell'obbligo in capo all'accreditato di restituire le somme prelevate e con immediata sospensione dell'utilizzazione del credito (1).
Estinto il rapporto di apertura di credito per recesso della banca, dovrà comunque essere riconosciuto al cliente un termine per la restituzione delle somme: 15 giorni, salvo diversa pattuizione contrattuale (art. 1845 comma 2, c.c.).

Quanto sopra esposto costituisce il regime legale del recesso dall'apertura di credito, ossia la disciplina applicabile in mancanza di diversa volontà delle parti. Ciò può evincersi dall'inciso inizialmente contenuto al 1° comma dell'art. 1845 c.c. e dalla prevalenza attribuita alla volontà delle parti in merito alla durata del preavviso dall'artl 1845 comma 3 c.c.

Le clausole inserite nei moduli contrattuali predisposti dalle banche derogano alla disciplina legale in maniera rilevante, ampliando le ipotesi di recesso.
Viene anzitutto prevista - tanto nel rapporto a tempo determinato quanto in quello a tempo indeterminato - la più ampia libertà della banca di recedere dal rapporto, anche in assenza di una giusta causa e senza preavviso, con conseguente sospensione immediata dell'utilizzo del credito concesso.
Allo stesso modo, una volta sciolto il rapporto, le NUB rimettono alla libera determinazione delle banche il termine per la restituzione delle somme utilizzate; tali termini, nella prassi, sono inferiori ai 15 giorni stabiliti dall'art. 1845 comma 2 del codice civile.
La clausola relativa al recesso ad nutum da parte della banca incontra il suo unico limite nella propria natura vessatoria, la quale comporta la necessità di una sua pecifica sottoscrizione (2).
Sono peraltro da rilevare due recenti limiti alla libertà della banca: il primo di creazione giurisprudenziale, consistente nel divieto della cosiddetta revoca brutale del fido (si è affermata la contrarietà al principio di buona fede di cui all'art. 1375 c.c. il recesso di una banca dal rapporto di apertura di credito ove in concreto tale recesso abbia assunto connotati del tutto imprevisti ed arbitrari in quanto contrastante con la ragionevole aspettativa di chi, in base all'assoluta normalità commerciale del rapporti in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista per un dato tempo; Cass. 21 maggio 1997 n. 4538, in
Banca, borsa, tit. cred., 1997, II, 648 ed in Foro It. 1997, I, 2479); il secondo contenuto del Codice del Consumo (D. lgs. 6 settembre 2005 n. 206) a favore dei consumatori (si veda, al riguardo, l'art. 33, comma 3, lett. a).

Note al presente paragrafo:

(1) App. Bologna, 19 giugno 1964, in
Banca, borsa, titoli di credito, 1965, II, p. 407. In dottrina: Fioretta, In tema di recesso di apertura di credito a tempo indeterminato, in Riv. dir. comm., 1957, 281.

(2) Cass. 7 aprile 1994, n. 3291, in
Banca, Borsa, tit. cred., 1995, II, 143.




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